All’Italia serve un Natale più sociale


Bontà, generosità, dono: le parole chiave che accompagnano le nostre feste e i propositi per l’anno nuovo. Ma quanto donano davvero gli italiani? E in che misura l’atto di donare potrebbe contribuire in maniera strategica allo sviluppo delle imprese e dell’economia nel paese?

Ne parla Christian Martino sulla prima pagina di Plus24 – il dorso del sabato formato tabloid del IlSole24Ore dedicato ai temi finanziari – con dati e riflessioni riprese dallo studio “La Filantropia in Italia nel confronto internazionale“, pubblicato da Fondazione Italia Sociale.


Tra pochi giorni è Natale e saremo tutti più buoni. Ma quanti sono gli italiani disposti a donare? Quanto dei nostri risparmi investiamo in attività filantropiche?

Avere dati sulla filantropia del nostro Paese non è cosa semplice. Ci ha provato la Fondazione Italia Sociale (FIS) che, in uno studio appena uscito dal titolo “La filantropia in Italia nel confronto internazionale” ha quantificato la spesa annuale in circa 8 miliardi di euro: 5,3 miliardi in donazioni individuali, 0,8 miliardi in donazioni aziendali, 1,5 miliardi in filantropia istituzionale e 0,5 miliardi nel 5 per mille.

Aggiungendo a questo importo la nebulosa cifra di lasciti e donazioni informali, il totale potrebbe salire a circa 9-10 miliardi all’anno. Una inezia rispetto a quanto si spende in Paesi come gli Stati Uniti dove le erogazioni superano i 250 miliardi l’anno, pari a 6 volte il totale erogato in Europa.

 

Le donazioni del nostro Paese si collocano dietro a quelle di inglesi e tedeschi ma quello che stona di più sono le erogazioni degli italiani rispetto alla ricchezza.

Come sottolinea il segretario generale di FIS, Gianluca Salvatori, le famiglie italiane in media detengono un patrimonio più elevato rispetto agli altri paesi con cui ci confrontiamo. Il totale nazionale raggiunge la considerevole cifra di quasi dieci trilioni di euro, ripartiti grossomodo tra un 40% in asset finanziari e un 60% in immobili. È rispetto a questa cifra che va valutato l’orientamento filantropico. Un confronto per nulla esaltante.

Anche sul fronte delle erogazioni fatte dalle aziende c’è ancora molta strada da fare. La stima 2016 è di circa 870 milioni di euro. Analizzando i dati del Mef, il corporate giving in Italia è tra i più bassi in Europa. Per fare un esempio, le donazioni delle aziende dei Paesi Bassi sono quasi il triplo, pur a fronte di un Pil e di un fatturato aggregato che è la metà rispetto a quello italiano.

Però qualcosa si muove. Come sottolinea Maria Serena Porcari, CEO di Dynamo Academy, il terzo Rapporto sulla filantropia aziendale Corporate Giving in Italy mette in luce come stia crescendo un orientamento di tipo strategico nella gestione della filantropia con una marcata tendenza a prediligere progetti territoriali, proposti da enti del Terzo settore affidabili e in linea con le strategie aziendali.

 

A dare una scossa d’attenzione verso la filantropia ha contribuito anche il nuovo mantra della sostenibilità e degli investimenti Esg, diventati una pre-condizione per raccogliere l’interesse e dialogare con i risparmiatori e le istituzioni finanziarie.

Quel che conta, come sottolinea Salvatori, è che non si parli più di corporate social responsibility, come un’attività ancillare che le aziende posizionavano tra la comunicazione e il marketing, quanto piuttosto di una dimensione centrale delle strategie aziendali. Con gli Esg la dimensione sociale è stata riconosciuta come una componente essenziale, da cui possono dipendere i destini dell’azienda. Questo non è un cambiamento da poco.

Come già accade in altri Paesi, lo sviluppo della filantropia in società, come la nostra, che invecchiano e hanno tassi decrescenti di natalità passa attraverso un diverso uso dei lasciti. In Italia si stima che nei prossimi dieci anni il 20% della popolazione non avrà eredi diretti. Si calcola che circa 130-140 miliardi all’anno siano a rischio di dispersione in quanto destinati a parenti lontani, magari del tutto sconosciuti e spesso difficili da rintracciare.

Lavorare a una revisione dell’imposta di successione, come chiede FIS, che incoraggi chi non ha eredi diretti a destinare i propri beni a scopi di interesse sociale, progetti di comunità, sostegno al Terzo settore, organizzazioni di rilevanza pubblica (scuole e università, ospedali, musei) potrebbe essere un modo per permettere a chi ha avuto fortuna nella vita di contribuire al benessere di molti.

Un passo concreto per essere tutti più buoni, non solo a Natale.

Auguri!

 

Christian Martino

 

Fonte: PLUS24 de Il Sole 24 Ore, 21 dicembre 2019

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